gestione del conflitto coach

Le opportunità nascoste dietro al conflitto.

Circa 2 mesi fa sono andata a Bologna per partecipare a un incontro su un bellissimo progetto che mira a divulgare la cultura della positività nelle organizzazioni (vi parlerò anche di quello..)

Durante l’incontro, ho conosciuto Gabriele, che si è presentato dicendo di “lavorare nei conflitti“, o una roba simile… “Sarà un reporter di guerra??”, è stata la prima cosa che mi è balenata in mente.

Poi, ho capito che non parlava di situazioni “lontane”, ma di quelle che sperimentiamo nella vita di tutti i giorni, nelle relazioni, al lavoro.

gestire i conflitti

Gabriele Salvini è coach e aiuta le persone a gestire i conflitti, che siano interni a un singolo individuo oppure situazioni che coinvolgono più parti, come può succedere in una relazione di coppia o in un contesto aziendale.

Mi ha stupito, per due motivi: perché di solito nessuno vuole avere a che fare in modo così specializzato con i conflitti. Si cerca sempre di andare oltre, di evitarli, di trovare strade alternative e non viene mai in mente che forse è necessario attraversarli.

E il secondo motivo è che il conflitto mi fa sempre venire in mente quell’idea di luce e ombra come facce della stessa medaglia. Non ci può essere una senza l’altro. Non ci può essere Bitter senza Sweet 😉

Quindi, a cosa serve il conflitto? Come lo si affronta? Come lo si attraversa? L’ho chiesto direttamente a Gabriele, in questa intervista. Enjoy!


Ciao Gabriele! Ci racconti in breve che lavoro fai e in cosa consiste?

La mia principale occupazione è fare il giurista d’impresa, ossia mi occupo di seguire gli aspetti legali delle varie attività di un’azienda multinazionale che opera nel settore energetico.
Dal 2000 invece, come impegno extraprofessionale, mi occupo di mediazione civile ossia aiuto (letteralmente) le persone a trovare una soluzione, di fronte a controversie in campo civile, che sia condivisa e che soddisfi entrambe abbandonando l’idea che possa esserci solo il torto e solo la ragione.
Negli ultimi anni, in particolare, ho aggiunto la specializzazione del coaching che mi permette di affiancare, in un percorso piu’ strutturato, questo passaggio di affrontare il conflitto come opportunità di straordinaria evoluzione personale.

Il conflitto di solito non è qualcosa in mezzo a cui la gente si vuole ritrovare…. tu invece hai scelto di buttartici dentro con tutti e due i piedi! E di farci una professione. Come mai?

Ho deciso di investire tanto in questa materia perché ho attraversato diversi conflitti in cui ho
pagato dei costi molto alti e proprio dietro ai costi ho scoperto l’opportunità di una crescita, di una possibile evoluzione personale.
L’ho fatto con pazienza e con un po’ di coraggio per scoprire verità a volte nascoste oppure evitate.
I costi sono diventati “spie” di allarme per trovare nuovi significati di valori e di consapevolezza dentro di me, nuovi valori sia personali che professionali.
Le spie sono pure diventate luci che si sono accese su aspetti fondamentali del nostro (mio)
benessere da approfondire: motivazione, capacità di generare opzioni di comportamento nuove, abbandono delle proprie zone di comfort, assertività.

Di solito si pensa che il conflitto sia sempre da evitare, a qualsiasi costo. Sei d’accordo?

Una delle piu’ comuni reazioni è proprio l’evitamento, è vero.
E’ una scelta che nell’immediato puo’ darci sollievo, una sorta di “risparmio energetico” di tipo
emotivo ma se quel conflitto nasce in una relazione per noi significativa sul piano personale e di durata, la fuga (o evitamento) è un solido presupposto per farlo emergere nuovamente.
Il conflitto, in questo caso, tornerà come una necessità semplicemente addormentata perché
indice di un aspetto che va rivisto e cambiato per trovare un nuovo spazio di equilibrio.

Puoi farmi un paio di esempi in cui è bene che il conflitto salti fuori e sfoci apertamente tra due parti?

Un primo esempio puo’ essere il classico rapporto di coppia: in tantissime occasioni l’osservazione esterna del conflitto rivela un profondo legame tra il conflitto stesso e la tendenza a tenerlo soffocato e/o controllato eccessivamente per paura di offendere o perdere il partner.
Un secondo esempio arriva dal mondo aziendale: ci sono tanti conflitti che negli uffici nascono
dai ruoli non rispettati perché magari scarsamente definiti oppure perché manca una comunicazione leale e circolare tra più componenti di team nei riguardi dell’obiettivo comune da raggiungere.

Ogni medaglia ha il suo rovescio, il buio presuppone sempre la luce. Quali sono gli aspetti bui e quali invece quelli luminosi di un conflitto?

Il buio del conflitto fondamentalmente è abitato dalla paura del confronto con la diversità e dal timore del cambiamento.
Gli aspetti luminosi sono rappresentati dall’opportunità di stabilire una nuova relazione con gli altri, più solida nel rispetto delle inevitabili differenze, ma, soprattutto, dall’opportunità di scoprirci “inediti” e più rispettosi delle nostre singole verità.

Ci racconti un episodio in cui la gestione di un conflitto sembrava irrisolvibile e invece la situazione si è inaspettatamente ribaltata creando lo spazio per comunicare?

Cito un episodio che mi ha appassionato molto perché il conflitto era tutto “interno” ad una
persona, molto radicato ed invisibile ai suoi occhi.
Questa persona stava vivendo un periodo di grande frustrazione lavorativa e sentiva muoversi
dentro di se’ la volontà di cambiare non il proprio lavoro completamente (quello di infermiera) ma la sua attuale occupazione sognando, dopo tanti anni, il passaggio ad un nuovo reparto.

Il conflitto si stava alimentando velocemente di due particolari “cibi esistenziali”: il desiderio di cambiare e la paura di dover affrontare un colloquio con la sua coordinatrice per manifestare la sua frustrazione ed il desiderio del nuovo reparto in cui impegnarsi.
Questo conflitto, molto chiaro all’esterno, era invisibile ai suoi occhi perché completamente assorbita da un virus conflittuale: la lettura del pensiero che facciamo degli altri.
Era intrappolata dall’idea che la sua coordinatrice fosse troppo occupata, ogni giorno, per
ascoltarla e capirla, come se il suo problema non avesse dignità, come fosse un capriccio
esistenziale.

Abbiamo lavorato tanto su questa lettura del pensiero affinchè riuscisse a smontarla e rendersi
conto che stavamo parlando di una convinzione priva di riscontro nella realtà.
Quando siamo riusciti ad accendere la luce su questo aspetto è come se lei avesse trovato le chiavi per superare la porta della paura ed aprire quella del suo desiderio e della richiesta di un colloquio.
Che ha ottenuto, fatto in un clima di cordialità e rispetto, e dal quale probabilmente arriverà il
cambio di reparto agognato. Con tempi tecnici un po’ lunghi ma arriverà.

Per me ‘comunicare’ significa ‘condividere’, mettere sul tavolo tutte le carte e osservare quali abbiamo in comune con l’altra persona e quali no, ma possono comunque servire per co-creare qualcos’altro o imparare qualcosa. Sei d’accordo con questa definizione?

E’ una considerazione che condivido totalmente.
Rimaniamo nella metafora del gioco: ognuno di noi ha carte inevitabilmente diverse nella sequenza e nei punteggi; una buona gestione del conflitto è inventarsi una nuova conclusione del gioco stesso ossia NON uno vince e l’altro perde, ma condividiamo le carte per aumentare i punteggi e creiamo sequenze che piacciano ad entrambi.

Quanto influisce saper comunicare, condividere i propri pensieri, le proprie emozioni, nella prevenzione di un conflitto?

La prevenzione di un conflitto è un aspetto un po’ trascurato perché effettivamente si tende a
concentrare il focus sulle modalità di gestione e di risoluzione.
Il ruolo della comunicazione nella fase preventiva è determinante: ci sono segnali non solo fisici da decifrare, ma anche un modo di esprimersi che contiene chiare avvisaglie di un potenziale conflitto.

Quando ne diventiamo consapevoli allora possiamo agire sulla comunicazione per “allentare” il carico di aggressività e di scontro.

Questo vale se riconosciamo tutto questo, se osserviamo il nostro interlocutore ma anche se
diventiamo bravi ad ascoltare i segnali di allarme che si muovono dentro di noi.

Invece, quando un conflitto è già apertamente esploso, come può aiutare la comunicazione?

La comunicazione, in questo caso, secondo me può aiutarci quando ci permette di aprire un
varco, uno spazio ove prendersi un po’ di tempo.
Se il coinvolgimento è tanto, la tendenza è quella di reagire velocemente, praticamene d’impulso, nella convinzione che la fretta sia la mossa decisiva per sopraffare l’altro.

Se un conflitto è in atto e la “posta di significato” che avvertiamo in gioco per noi è tanta.. allora
la comunicazione va dirottata nel disinnescare quello stato di tensione per chiedere uno spazio di “personale decompressione”.
Prendere tempo, in questi casi, è una fondamentale strategia di gestione del conflitto.

Consapevolezza di sé. Nella tua esperienza, quanti conflitti sono causati da una scarsa conoscenza di sé stessi e delle proprie dinamiche interiori, prima ancora di arrivare a interagire con l’altra persona?

Voglio dire i 2/3 che è tanto, lo riconosco, ma la scarsa consapevolezza di se’ crea delle pericolose zone d’ombra dentro di noi che poi vengono scoperchiate dai conflitti.
Ed è per questo che abbiamo paura di affrontarle e gestirle.
Zone d’ombra intendo bisogni soffocati, timore di dover necessariamente arrivare ad uno scontro duro, perdere chi abbiamo vicino oppure perdere delle possibilità o delle chance.

Dicci le 3 migliori lezioni che hai imparato grazie alla tua attività professionale e all’avere a che fare tutti i giorni con il conflitto.

1| Fare attenzione al linguaggio che utilizziamo permette di cambiare la “percezione” e il “significato” delle nostre esperienze. Anche conflittuali.

2| Imparare a chiamare con il loro nome le emozioni che proviamo ed i i bisogni che percepiamo ed esprimere tutto questo nel “momento” in cui escono. Rinviare questa sorta di alfabetizzazione emotiva significa alimentare frustrazione e rabbia.

3 | La difficoltà di dire qualche volta “no” e l’apparente seduzione della compiacenza sono due costanti vulnerabilità di un possibile conflitto.

Grazie Gabriele :)!

(photo credit: it’s me neosiam from Pexels)


gabriele salvini coachGABRIELE SALVINI

Giurista d’impresa, si occupa di situazioni conflittuali e della loro gestione dall’anno 2000, prima come conciliatore e dal 2010 come mediatore civile abilitato. Attraverso percorsi di studio e formazione mirati in materia di comunicazione interpersonale, assertività, pensiero strategico, utilizzo della “domanda” come strumento di lavoro e  formulazione strutturata di obiettivi, si è specializzato nell’accompagnare le persone ed i team nell’approcciarsi al conflitto come esperienza di evoluzione personale, affiancandole con lo strumento del coaching.
E’ “coach” professionista iscritto ad A.I.C.P.

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