Felicità al lavoro: la Scienza delle Organizzazioni Positive

Ti ho spesso parlato di quanto spesso la vita personale risulti in qualche modo “scollata” da quella professionale. Ma ti sei mai chiesto perchè e quali sono gli effetti di questo fenomeno?

Come mai affrontiamo il lavoro sempre e solo come qualcosa che deve “funzionare” e mai (o poco) come qualcosa che ci può dare gratificazione a livello emotivo e relazionale?

Sembra sempre che per essere “professionisti seri” occorra tenere le emozioni e il cuore ben lontani dal campo di gioco, per mantenere la freddezza e il distacco necessari ad essere produttivi.

Eppure… eppure questa cosa mi ha sempre puzzato un pochino. Ormai lo sai, ho fatto del cuore (e ultimamente anche dell’anima…) la mia bandiera, credendo fermamente che ciò che siamo, la nostra essenza, con i nostri desideri, sentimenti e anche paure, debbano in qualche modo trovare una modalità espressiva anche nell’attività professionale. Pena il destino di indossare una maschera che a volte diventa troppo pesante e ci dà, appunto, quel senso di scollamento tra vita privata e professionale.

I love my job. I love my job. I love..

Al lavoro e fuori dal lavoro, sei sempre tu. Sei sempre quell’essere umano, che ha bisogno di entrare in relazione con gli altri in modo sano, costruttivo… amorevole.

Pensi che questa sia una debolezza e giochi a sfavore della tua produttività? Bene, oggi scoprirai che esistono tantissime prove scientifiche a sostegno del fatto che mettere parole come cuore, fiducia, connessione, positività, al centro dei nostri sistemi di lavoro e relazione non è fantascienza o ‘fuffa management’, ma è possibile e funzionale, strettamente legato alla chimica del nostro cervello e alle reazioni che abbiamo naturalmente come esseri umani.

A prova di tutto questo, l’esperienza e i dati raccolti da due studiose di Bologna, che ho avuto il privilegio di avere come clienti e che ho intervistato per te oggi.

Daniela Di Ciaccio e Veruscka Gennari, ricercatrici con una lunga esperienza all’interno di multinazionali e creatrici di 2BHappy Agency, hanno delineato il percorso per costruire luoghi di lavoro e sistemi educativi, sociali, economici – organizzazioni in senso lato – capaci di far fiorire le persone e ottenere successi a lungo termine, crescita e stabilità.

Il tutto, raccolto nel loro primo libro appena uscito ed edito da Franco Angeli, “La Scienza delle Organizzazioni Positive. Far fiorire le persone per ottenere risultati che superano le aspettative.”

Ecco cosa mi hanno raccontato..


Ciao ragazze! Il primo capitolo del vostro libro si chiama “La Chimica delle Organizzazioni” e per spiegare questa strana associazione presentate una serie di ricerche e di studi che dimostrano che esiste un circolo vizioso della negatività e uno virtuoso innescato dalla positività.
Quali sono le percentuali che vi hanno sorprese di più durante le vostre ricerche?

Ciao Isabel! Beh, è chiaro che siamo partite dai numeri dell’infelicità, non solo sullo stress da lavoro o sulla demotivazione dei lavoratori di tutto il mondo (l’87% secondo le indagini di Gallup) ma anche sull’utilizzo degli psicofarmaci (11 milioni di italiani) e del rischio maggiore per i ragazzi di sviluppare dipendenze da alcol e droghe all’aumentare dello stress dei genitori (+31%). Non volevamo rassegnarci a questi numeri: prendere coscienza di queste cose ci ha spinto ad approfondire.

Abbiamo urgentemente bisogno di parlare di benessere e felicità e noi abbiamo scelto di farlo in termini seri, scientifici, per agire con soluzioni efficaci a problematiche individuali, sociali, economiche ormai insostenibili per il futuro di tutti noi.

In che modo quindi la positività è legata alla chimica del cervello?

Dalla neuroscienza sappiamo che in uno stato positivo, cioè di pensieri, parole e comportamenti positivi, il nostro organismo produce sostanze come la dopamina, le endorfine, l’ossitocina o la serotonina, tutti ormoni che ci consentono di operare significativamente meglio perché agiscono sui centri dell’apprendimento, della memoria, della creatività, dell’ascolto, della risoluzione dei problemi e dell’intuizione. In uno stato positivo siamo cioè più veloci, creativi, intelligenti ed efficaci.

Cos’è invece il “distress” e come influisce sulla produttività?

E’ un eccesso di stress. La risposta da stress è una risposta biologicamente utile e positiva
collegata alla reazione “combatti e fuggi “che ci ha salvato la vita nel corso dell’evoluzione, e che
ancora oggi ci consente di accedere a tutte le nostre risorse energetiche ogni volta che dobbiamo affrontare una situazione (come quando si avvicina la scadenza di un obiettivo e lavoriamo più a lungo e più concentrati). In queste situazioni il nostro corpo produce cortisolo e adrenalina: il cortisolo è tipicamente considerato l’ormone dello stress ma non è negativo in assoluto. Questo tipo di risposta è, infatti, utile se considerata nel breve periodo e temporanea.

Lo stress diventa negativo, “distress” appunto, quando non abbiamo tempo per recuperare, gli stimoli esterni a cui far fronte diventano continui, ripetuti, costanti e quindi subiamo il doppio svantaggio sia di non essere nella condizione fisiologica che garantisce creatività, apprendimento, intelligenza, sia di avere un eccesso di cortisolo in circolazione, che danneggia tutti i nostri principali sistemi riducendo la nostra capacità di vedere le alternative ed essere efficaci e in salute.

Comportamenti che apparentemente sembrano banali (es. ritardare un pagamento) possono avere un forte impatto chimico nel nostro cervello. Ci spiegate in che modo?

Esattamente. Ogni volta che ci sentiamo instabili, insicuri, insoddisfatti, soli, non riconosciuti o privi di una direzione, nel nostro cervello scatta l’allarme e si attiva la risposta da stress di tipo ‘combatti o fuggi’. Succedeva quando nella giungla c’era una tigre pronta ad azzannarci e succede ancora oggi come quando non ci pagano: percepiamo pericolo perché immaginiamo ad esempio di non poter pagare a nostra volta il mutuo, lo sport dei nostri figli, o la vacanza che tanto aspettavamo.

Il nostro corpo produce cortisolo e come abbiamo detto se proviamo questo stato spiacevole di frustrazione, ansia, preoccupazione a lungo o ripetutamente rischiamo di ammalarci.
E’ questo il meccanismo che spiega come oggi stiano proliferando le malattie psicosomatiche. Viviamo tempi complessi, ci sentiamo tirati da tutte le parti, continuamente sollecitati e questo innesca il circolo vizioso della negatività che si traduce in stress, malattie, inefficacia a tutti i livelli del sistema.

Dall’azienda al libero professionismo: cosa succede, a lungo termine, nel cervello di un professionista che, pur facendo un lavoro che gli piace, è continuamente sottoposto a stress, orari di lavoro massacranti, poco riposo, pressanti e urgenti richieste da parte dei clienti?

I liberi professionisti, come gli imprenditori vivono questa situazione di tipo schizofrenico, in cui magari nella stessa giornata o periodo, provano contemporaneamente emozioni piacevoli – derivanti dalla possibilità di autodeterminare il proprio lavoro e il proprio tempo, di fare un lavoro in sintonia con le proprie vocazioni – ed emozioni di preoccupazione, ansia, scoraggiamento per le condizioni che elencavi tu.

Diciamo che per evitare gli effetti drammatici della chimica della negatività e dello stress in termini di sviluppo di malattie psicosomatiche o burn-out è importante focalizzare l’attenzione su ciò che di positivo e buono c’è nel proprio lavoro, valorizzarlo, ricordarselo sempre. Coltivare stati d’animo piacevoli aiuta a costruire i muscoli interiori per affrontare le sfide e le difficoltà, la famosa “resilienza” e gestire in modo efficace lo stress.

Nel vostro libro dite che il motivo per cui ci troviamo ad osservare questi risultati negativi nelle nostre organizzazioni e nel sistema sociale più ampio è il risultato, ad esempio, della cultura del “prima il dovere, poi il piacere”, ossia siamo cresciuti pensando che “il lavoro è sofferenza e rinuncia”. Da dove è nata questa idea?

Siamo cresciuti inzuppati nella cultura del dovere, del “lavora sodo, perché dopo sì che potrai divertirti, rilassarti, essere felice”! Su questo “modello mentale” sono state disegnate le vite e la società, educati i bambini e organizzato il mondo del lavoro. Peccato che sia scientificamente sbagliato, perché il cervello funziona al contrario: se aumenti la positività nel presente hai la possibilità di ottenere il successo, perché il cervello in uno stato positivo lavora significativamente meglio (è più veloce, più intelligente, più creativo) e l’obiettivo è garantito.

Ma per realizzare questo cambiamento di mentalità dobbiamo essere consapevoli appunto di questi “modelli mentali”, spesso ormai disfunzionali. I modelli mentali sono uno specifico set di “credenze” che ci aiutano a navigare, come le mappe, nel mondo in cui viviamo. Li chiamiamo “copia-incolla” perchè sono come le app, una sorta di programmi che la nostra mente ha scaricato in maniera inconscia, durante i primi sette anni della nostra vita, osservando e registrando il comportamento di genitori, insegnanti, ambiente esterno.

Sono anche programmi che abbiamo scaricato lungo tutto il corso della vita, attraverso le esperienze che abbiamo fatto, perché dalle persone con cui abbiamo interagito, dai gruppi che frequentiamo e dalle esperienze che facciamo, ogni giorno impariamo cosa funziona e cosa no.

Questi programmi diventano le nostre visioni del mondo, sono ciò che pensiamo debba essere una famiglia, cosa ci aspettiamo da un sistema educativo, sanitario, politico, religioso o ricreativo. Più le esperienze che abbiamo fatto sono di uno stesso tipo o più ci circondiamo di persone simili a noi per esperienze, principi e valori, più tenderemo a considerare i nostri principi e le nostre credenze come verità assolute sul mondo e a non metterle in discussione, aggrappandoci a esse saldamente e rifiutando istintivamente ciò che le sfida.

Vale per cose banali come pensare che i neonati maschi debbano indossare il blu e le femminucce il rosa (quindi guai a mettere una tutina rosa ad un neonato! Ma chi l’ha deciso e perché aderiamo a questo modello inconsapevolmente?) ma anche per argomenti più delicati (come il retaggio culturale che gli uomini non devono piangere altrimenti sono delle femminucce, che le emozioni vanno tenute fuori dalla porta dell’ufficio e via dicendo..).

Il modello del lavoro come sofferenza o della vita come sacrificio ad esempio sono un derivato della cultura religiosa di tipo cattolico, secondo la quale il piacere è peccato mentre la gratificazione e il premio – il paradiso – vengono “dopo” una vita di rinunce, impegno, sofferenza. In altre culture non è così, ci sono Paesi in cui l’etica del lavoro si fonda sul successo materiale come espressione della grazia divina e quindi hanno un rapporto con ricchezza e piacere completamente diverso dal nostro.

Attenzione però: NON stiamo dicendo che un modello è giusto o una cultura è migliore di un’altra. Stiamo dicendo che ogni modello mentale ha una matrice culturale che, per come funzioniamo, s’inscrive nella nostra biologia. In merito a questo dobbiamo molto a Bruce Lipton, biologo molecolare, e alla sua Biologia delle Credenze.
In sostanza, il paradigma della positività è oggi il programma più aggiornato per lavorare meglio, stare meglio insieme, educare bambini a diventare adulti consapevoli e in grado di affrontare meglio le sfide della complessità.

Dunque cosa sono le “Organizzazioni Positive”? Ditemi 3 caratteristiche principali.

Abbiamo definito le Organizzazioni Positive come luoghi che fanno fiorire e prosperare le persone e che riescono, grazie al focus sul benessere, a realizzare risultati migliori in termini di produttività, innovazione, vendite, profitti ecc. Per fiorire e prosperare, le persone devono sentirsi bene e stare bene insieme, devono sentirsi al sicuro, soddisfatte, ispirate, e non continuamente sotto pressione, stressate, non valorizzate o minacciate dagli altri.

Quando parliamo di organizzazioni ci riferiamo anche a scuole, ospedali, amministrazioni. Come cambierebbe l’esperienza di apprendimento di un bambino o della cura di un paziente se le persone intorno (insegnanti, infermieri, medici) sorridessero e fossero sempre accoglienti, comprensivi, gentili?

Le tre caratteristiche che consentono di realizzare queste condizioni sono:

  • uno scopo organizzativo forte ancorato a valori di tipo cooperativo, che riguardano cioè il bene comune;
  • la presenza di leader positivi, capaci di accendere la chimica della positività e orientati alla cura e al benessere delle persone;
  • la coerenza: se quello che le persone registrano quotidianamente nei processi organizzativi, nella qualità della relazione, nei comportamenti sponsorizzati o disincentivati è incoerente, non si può parlare di Organizzazione Positiva.

Lo SCOPO. Ci sono tantissime aziende e professionisti che alla domanda “Perché lo fai?”, non sanno cosa rispondere. Da cosa deriva questo gap? Fa paura essere consapevoli dello scopo?

Non sanno rispondere a questa domanda perché sono pieni di modelli mentali e programmi culturali non scelti da loro ma derivati inconsapevolmente da altri. La società, solo per fare qualche esempio, ci ha indotto a pensare che per diventare un professionista di successo o una persona che conta magari devi fare l’ingegnere, il manager o l’avvocato. A scuola si valutano bene i ragazzi che prendono volti alti in italiano, scienze e matematica, mentre materie come l’arte, lo sport o la musica sono considerate meno importanti..

Cresciamo cercando spesso di aderire alle aspettative sociali che più caratterizzano i nostri gruppi di appartenenza e ascoltandoci poco. A scuola non ci insegnano a fermarci e a riflettere su cosa stiamo provando, sull’effetto di un 4 o di un litigio tra compagni. Essere realmente se stessi ed intercettare la propria vocazione richiede un processo di ascolto interiore, la capacità di mettere un silenziatore ai rumori esterni per poter entrare in contatto con ciò che realmente vogliamo e siamo nel profondo. E’ un’abilità sulla quale non puntiamo con i nostri sistemi educativi e che viene lasciata al buon senso e alla sfera individuale, quindi la sviluppano in pochi, coloro che ce l’hanno già come attitudine.

Siamo abituati a ricevere dalla tv, dalla famiglia o dalla pubblicità i modelli a cui ispirarci e far riferimento per chi diventare, cosa ha senso ed è socialmente accettabile essere.. Fa paura ancora più in generale farsi delle domande, perché quando proviamo a rispondere una parte di noi sa che la consapevolezza poi richiede azione, nel senso che se mi rendo conto che sto lavorando “solo” per portare a casa uno stipendio e per il bisogno di stabilità, sto dicendo a me stessa che sto preferendo alla realizzazione di un mio sogno qualcosa di certamente importante (come la sicurezza economica) ma meno gratificante, sensato e entusiasmante.

Ammettere di aver scelto di tenere i sogni chiusi in un cassetto non è piacevole per nessuno anche perché tutti inconsciamente sappiamo che la felicità ha molto a che fare con il linguaggio del cuore.

Avete detto che le organizzazioni positive hanno leader che si mettono al servizio degli altri. Cosa vuol dire “mettersi al servizio” dei propri dipendenti e collaboratori?

Usando un termine un po’ forte e disruptive per la nostra cultura del lavoro a lungo “stitica” in
tema emozioni , significa “amare” le persone, provare interesse invece di sentirsi sfidati o
minacciati da esse, gioire nel vederle crescere, esprimere i propri talenti e le proprie vocazioni,
fidarsi, abbandonando la logica del controllo e del comando.

Questo rispecchiava la convinzione che, così come avevamo un cervello nella testa superiore a tutti gli altri organi e che decideva tutto e mandava informazioni a tutti, allo stesso modo dovevamo organizzare lavoro e sistemi di convivenza, con strutture organizzative ad esempio a forma di piramide e ruoli gerarchici. Ma la scoperta dei cervelli del cuore e della pancia ha ribaltato anche questo. Siamo sistemi multidimensionali e interconnessi.

La scoperta del cervello del cuore appunto. Quanto è importante il cuore nella creazione di ambienti e progetti positivi?

Il cuore sintetizza ormoni come l’ossitocina e l’ANF, determinanti per la positività. L’ANF è un ormone capace di inibire il cortisolo, ormone dello stress. L’ossitocina invece è l’ormone dell’amore ma anche della fiducia.

Si dice che

“le persone le puoi convincere con la razionalità, ma le conquisti con il cuore.”

Ecco perché abbiamo detto che i leader positivi sono persone che sanno accendere la chimica positiva e che hanno “a cuore” le persone, perché queste sono le condizioni fisiologiche più funzionali a generare fiducia, coinvolgimento, senso di connessione, da cui derivano spontaneamente creatività, efficacia e prestazioni che superano le aspettative.

Quando cala l’engagement o l’indice di fiducia nelle organizzazioni, l’invito è a domandarsi: i miei leader, i capi stanno stimolando nei loro collaboratori la produzione di cortisolo oppure di ossitocina?

Non è semplice però creare fiducia e connessione tra le persone, anche perché la natura dell’uomo è competitiva: mors tua, vita mea.. o no??

Questa è un’altra credenza che diverse scienze hanno dimostrato essere falsa. Il nostro cervello ha una natura sociale, siamo fatti per stare insieme. La scoperta “italiana” dei neuroni specchio -fatta dal team del prof. Rizzolatti a Parma- lo dimostra. Abbiamo un vero e proprio sistema wi-fi che ci connette agli altri e ci consente di sentire e provare le loro stesse emozioni, semplicemente stando vicini oppure osservandone il comportamento (Hai presente quando un ragno cammina sul braccio della persona con cui stai parlando e a te si drizzano tutti i peli del corpo?)

La necessità di far parte di un gruppo e stringere legami sociali è proprio scritta nella nostra biologia. Non sopravvive la specie che si adatta di più ma quella che ha cooperato meglio: se siamo passati dall’essere cibo per animali a “dominatori dell’universo” è perché abbiamo saputo formare gruppi e collaborare. Sai cosa succede quando siamo circondati da una comunità di persone su cui possiamo contare? Le nostre risorse emotive, intellettive e fisiche si moltiplicano e ci riprendiamo prima dai problemi.

La fisica quantistica, anche se appare ancora strana e contro-intuitiva a molti, ha dimostrato che la legge che regge l’Universo è la legge di relazione e unità. Il nostro Universo non è gerarchico e lineare ma relazionale e frattale. Per frattale intendiamo che tutta la natura è
fatta di modelli similari che si auto-ripetono su livelli diversi di complessità. Per esempio, guardando uno stelo, una foglia, un albero o una foresta, potete accorgervi che ogni elemento è fatto di parti ma è esso stesso una parte di qualcos’altro.

La stessa cosa vale per noi esseri umani: siamo fatti di cellule e tutti insieme costituiamo la nostra civiltà. Sia le nostre cellule che noi stessi e l’intera civiltà hanno bisogno di ossigeno, acqua e cibo per sopravvivere. Il nuovo imperativo biologico dell’umanità comporta dunque la comprensione del fatto che siamo tutti insieme sulla stessa barca e, dunque, comportamenti individuali e collettivi egoistici, inconsci, contrastanti e distruttivi non sono più biologicamente funzionali. Non stiamo dicendo che sia semplice ma possibile.

La scienza quindi sta demolendo tutto un sistema di convinzioni e miti che davamo per scontati.. Mica ci direte anche che i soldi non fanno la felicità?!

E invece è proprio così! Il premio Nobel per l’Economia Angus Deaton ha dimostrato che il
rapporto guadagno = felicità è vero fino a un reddito di 75.000 dollari l’anno, poi si ferma. Se i soldi – o anche la fama o più in generale le circostanze esterne – fossero così determinanti per la felicità dovremmo aspettarci che tutte le persone ricche, famose, che vivono al mare o in Paesi economicamente sviluppati siano felici e che, al contrario, tutte le persone che non sono ricche siano infelici o tristi.

Sappiamo che non è così, sia per esperienza personale che per le ricerche ormai accumulate, che stanno dimostrando che le circostanze esterne contano ma solo per una percentuale e neanche troppo alta (circa il 10% secondo gli studi di Sonja Lyubomirski). Una buona parte della nostra felicità è determinata invece dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti, riflesso spesso dei nostri atteggiamenti mentali.

Un esempio per tutti sono gli atleti paraolimpici, che riescono a realizzare traguardi ed avere successo nonostante i loro svantaggi fisici. Quando diciamo che la felicità è una competenza facciamo proprio riferimento a questa capacità e alle risorse interiori che ogni persona, ognuno di noi ha in potenza e può sviluppare per affrontare l’ambiente esterno e fiorire, qualunque esso sia.

Considerato il mondo del lavoro di oggi, il cambiamento culturale che proponete sembra davvero sfidante. Capita che siate chiamate a parlare di felicità da aziende che sono però incoerenti rispetto alla politica attuata? Come fate in quel caso a superare il muro di diffidenza dei dipendenti?

Più che la diffidenza dei dipendenti il vero ostacolo da superare è la cultura organizzativa, quindi i modelli mentali dei leader delle organizzazioni. Verso questo tema oggi c’è molta richiesta: c’è chi è interessato ad ogni nuovo trend manageriale e quindi ci chiama per seguire semplicemente una moda; chi è spinto da effettiva curiosità; chi ci crede veramente perché ha una cultura organizzativa orientata al benessere delle persone e chi perché è in crisi e le ha provate già tutte, quindi ci vede come l’ultima spiaggia..

A tutti i nostri interlocutori, che sono in genere i direttori HR, gli imprenditori stessi o chi nell’organizzazione è in posizione di leadership e ha le leve decisionali, noi diciamo che

prima di iniziare qualsiasi progetto per portare la felicità al lavoro è necessario decidere di mettersi in gioco, perché questo è un percorso fatto di pazienza, cura e coraggio.

La felicità è un tema che accende la pancia, i percepiti e i giudizi e questo accade in automatico. Non siamo abituati a far entrare queste parole al lavoro (certe volte non ce lo concediamo in generale). Parlare di felicità al lavoro può essere percepito invasivo o appunto incoerente (“tu che mi generi stress vuoi insegnarmi ad essere felice?”).  Visto che siamo stati educati a modelli e stili che separavano vita e lavoro non è facile cambiare schema.

Inoltre, proprio perché spesso si affronta questo tema in modo superficiale (“perché va di moda e bisogna farlo”) l’argomento diventa un boomerang, fa arrabbiare le persone e si traduce in costi inutili per tutti (economici ed emotivi). Ecco perché facciamo sempre prima un check dello stadio di evoluzione della consapevolezza organizzativa rispetto a tutto questo, valutando tempi, pro e contro di un percorso come questo e se non c’è consapevolezza, voglia di mettersi in discussione, apertura a lavorare su più fronti, a volte diciamo anche no, perché i tempi non sono maturi e non faremmo bene né il nostro lavoro né produrremmo benessere delle persone e dell’organizzazione, che è lo scopo per cui esiste 2BHappy. (per approfondire le tematiche del libro >>> http://www.2bhappy.it/il-libro/)


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La Scienza delle Organizzazioni Positive - Daniela Di Ciaccio Veruscka Gennari“La Scienza delle Organizzazioni Positive. Far fiorire le persone e ottenere risultati che superano le aspettative.” 

Daniela Di Ciaccio, Veruscka Gennari – Franco Angeli Editore

 

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